L'Approfondimento

Francesca Incardona

 

Il beneficio dato dalla chiusura della scuola è basso

La ricerca scientifica mostra non solo che il rischio di un esito grave dell'infezione da SARS-COV-2 è basso nei bambini, ragazzi e adolescenti, (inferiore al 7%, con una mortalità dello 0,2% secondo un studio su oltre 135000 pazienti pediatrici in US (1)), ma anche che il tasso di infezione intra-scolastica è relativamente basso: nello studio di Ismail per il Public Health England su 4000 scuole secondarie in UK si sono avuti 2,7 casi singoli ogni mille studenti, con 1,8 per mille focolai (2); nello studio del Robert Koch Inst. pubblicato su Eurosurveillance (3) e in quello del Gemelli su dati italiani di ottobre 2020 (4) si mostra che i focolai all’interno della scuola sono significativamente più piccoli di quelli fuori. Inoltre, dallo studio di Gandini ed altri (6) si evince anche che non c’è associazione tra il giorno di apertura della scuola e l'aumento della circolazione dell'infezione (vedi anche (5) (7) (8)): le scuole non sono le principali cause dell'infezione quando vengono applicate misure di mitigazione appropriate.

In ottemperanza al cosiddetto “Piano scuola” (adottato con D.M. 26 giugno 2020, n. 39) la gran parte delle scuole italiane, tra l’estate e ottobre, si è dotata delle misure di mitigazione necessarie, aprendo con parziale o completo ricorso alla DAD laddove ciò fosse stato necessario per ottemperare al Piano. Le rilevazioni e gli studi dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) italiano dimostrano lo scarso contributo dato dalla scuola all’epidemia in Italia: solo il 2% dei focolai nel periodo 31 agosto - 27 dicembre 2020 (9) (10).

Il 23 dicembre l’ECDC, riassumendo la letteratura esistente e con uno studio specifico sulla correlazione tra apertura delle scuole e andamento dell’epidemia, ha concluso che: “Le chiusure scolastiche possono contribuire a una riduzione della trasmissione di SARS-CoV-2, ma da sole non sono sufficienti a prevenire la trasmissione comunitaria di COVID-19. Il personale educativo e gli adulti all'interno dell'ambiente scolastico non sono generalmente considerati a maggior rischio di infezione rispetto ad altre professioni” (8).

Ne consegue che la chiusura delle scuole non ha alcun beneficio diretto né indiretto per i bambini, ragazzi e adolescenti in Italia, in contrasto con il diritto al loro interesse superiore nelle azioni che li riguardano (11).

 

Il danno prodotto dalla chiusura della scuola è alto

 

D'altra parte, la chiusura fisica delle scuole danneggia i bambini, ragazzi e adolescenti: la didattica digitale non sostituisce la didattica in presenza (12) (13) (14); la didattica digitale non raggiunge affatto, o raggiunge in modo insufficiente una grande porzione di studenti (dal Rapporto annuale del Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC) Italia (12) uno studente su dieci non ha svolto didattica a distanza e il 20% l’ha svolta solo saltuariamente, vedi anche (15) (16) (17)); la didattica digitale favorisce l'abbandono scolastico (13) (15) (17) (18); la mancanza di rapporto diretto con gli altri, il lungo tempo dentro casa e davanti allo schermo provocano danni psicofisici (uno studio del Gaslini ha rilevato disturbi d’ansia e del sonno, instabilità emotiva e irritabilità nel 71% dei bambini e ragazzi tra 6 e 18 anni (19) in Italia; l’articolo di Ashikkali rileva, oltre al rischio di sviluppare disturbo da stress post-traumatico, la perdita dell’effetto protettivo della scuola rispetto a maltrattamenti, abusi, negligenze; l’aumento di comportamenti obesogeni e l’aumento del tempo davanti agli schermi (20), vedi anche il Report UNESCO (13). I danni citati si verificano in maniera diseguale in base alle condizioni socio-economiche delle famiglie configurando così una discriminazione de facto (12) (13) (15) (16) (18) (21) (22) (23).

La perdita di apprendimento e i danni psicofisici contratti ora si traducono per i bambini, ragazzi e adolescenti di oggi in un’aspettativa di commisurata significativa peggiore qualità della vita per il futuro, con una diminuzione media di stipendio che, solo per la componente apprendimento, è stimata dall’ 1,6% al 3,3% per tutta la loro vita lavorativa. Il minor guadagno dei singoli e la minore competitività dello Stato porteranno a una diminuzione di PIL dell’1,5-2% per ogni terzo di anno di insegnamento efficace perso, per tutta la vita lavorativa degli attuali studenti 6-18 anni (studio McKinsey (18), studio OCSE (21)).

La recente indagine di Save the Children (17), che per la prima volta ha dato voce ai ragazzi stessi, rivela che: “se da una parte una quota considerevole di ragazzi (43% ed in modo più significativo i 16-18enni) si sentono accusati di essere i principali diffusori del contagio, 2 su 3 (65%) ritengono di pagare in prima persona per l’incapacità degli adulti di gestire la pandemia e il 42% (e in special modo i 14-15enni) non crede sia giusto che agli adulti sia permesso andare al lavoro, mentre ai giovani non sia permesso andare a scuola.”

Ad ogni giorno di chiusura in più i danni citati si aggravano e a questi si aggiungono la demoralizzazione e la demotivazione della comunità scolastica, bersaglio di continui nuovi provvedimenti, e la sfiducia crescente nel sistema scolastico da parte delle famiglie.

 

Le raccomandazioni degli organismi internazionali

 

Su queste basi già dal 21 ottobre l'OMS raccomanda che: "La chiusura delle scuole dovrebbe essere considerata solo se non ci sono altre alternative" (22).

Nel report del 23 dicembre l’ECDC rincara la dose: “Esiste un consenso generale sul fatto che la decisione di chiudere le scuole per controllare la pandemia COVID-19 debba essere utilizzata come ultima risorsa. L'impatto negativo sulla salute fisica, mentale e sull'istruzione della chiusura proattiva delle scuole sui bambini, nonché l'impatto economico sulla società in senso più ampio, probabilmente supererebbe i benefici.” (8).

 

L’azione dell’Italia

 

A partire dal 5 marzo il Governo italiano, invocato lo stato di emergenza, nell’ambito di un lockdown generale chiude le scuole di ogni ordine e grado e le università invitandole ad effettuare didattica a distanza.

Il rapporto del Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC) Italia (12) riporta che la perdita di ore di lezione degli studenti italiani “al 3 aprile 2020 ammontava a quasi 75 milioni di ore di lezione, solo in parte (10-15 milioni) recuperate tramite la didattica a distanza”.

La chiusura viene reiterata fino alla fine dell’anno scolastico a giugno, con la sola eccezione dello svolgimento in presenza degli esami orali di maturità. Neanche gli esami di terza media, gli unici esami nazionali previsti nell’ambito del ciclo obbligatorio di istruzione, si svolgono in presenza e le prove scritte vengono cancellate.

Durante l’estate, in ottemperanza al “Piano scuola” emanato il 26 giugno 2020, le scuole con il supporto di appositi fondi statali, si organizzano per garantire le misure di contenimento necessarie per la riapertura in presenza in sicurezza. Vengono ridisegnati gli spazi interni, effettuate convenzioni per l’utilizzo di spazi esterni alle scuole, acquistati banchi singoli, tutto per garantire le distanze interpersonali necessarie. Vengono acquistati disinfettanti per l’igiene dei luoghi e delle mani, rilevatori di temperatura e altre attrezzature necessarie. Il Ministero organizza la distribuzione giornaliera di mascherine nelle scuole.

Durante lo stesso lasso di tempo, luoghi di ristoro, sale da ballo, centri sportivi, esercizi commerciali, luoghi di culto e altro vengono aperti senza limitazioni.

Tra il 14 e il 24 settembre le scuole riaprono in sicurezza, in accordo con il Piano Scuola e con tutte le indicazioni scientifiche nazionali e internazionali. Purtroppo, solo una parte delle scuole è in grado di garantire le misure necessarie per la riapertura in presenza per tutti gli studenti e molte sono costrette ad aprire in presenza solo per il 75% o per il 50%.

Nel corso di settembre e ottobre la percentuale di lezioni in presenza aumenta man mano che le misure vengono implementate.

Il 24 ottobre, in contrasto con il parere del CTS (24) che ha acquisito lo studio sulla Scuola dell’ISS (10), il Governo dispone che la didattica in presenza nelle scuole superiori di secondo grado sia limitata al 25% degli studenti.

Il 3 novembre, sempre in contrasto con il parere del CTS, il Governo chiude completamente la didattica in presenza alle scuole superiori di secondo grado.

Strutture ricettive, servizi alla persona, centri e circoli sportivi per attività all’aperto, attività produttive e industriali in genere, attività professionali e luoghi di culto restano aperti su tutto il territorio nazionale. Negozi, bar e ristoranti sono aperti su gran parte del territorio dalle 5:00 alle 18:00.

Durante le festività natalizie a fianco ad importanti limitazioni ed estensioni della zona rossa, l’orario di apertura dei negozi viene esteso fino alle ore 21 e agli italiani viene concesso un bonus regalo del 10% di tutti gli acquisti effettuati con carte. In tutta Italia si segnalano assembramenti nei luoghi degli acquisti.

Ad oggi la scuola di secondo grado è chiusa e la sua riapertura viene continuamente ridotta e rinviata.

Dall’inizio dell’epidemia non è stata trovata una soluzione al problema dei trasporti pubblici, sui quali si concentrerebbe il rischio di trasmissione peri-scolastico per affollamento negli orari che precedono l’apertura e seguono la chiusura delle scuole. Ciò, nonostante che criticità e proposte di soluzione siano state indicate dal CTS a partire dal 18 aprile 2020 (25)(24).

Le misure implementate prevedono di evitare che le ragazze e i ragazzi salgano sugli autobus chiudendo le scuole o spostandone gli orari di apertura, configurando de facto una discriminazione per età sull’uso dei mezzi pubblici.

In un clima di costante incertezza normativa, viene scaricato sulle scuole l’onere di una riorganizzazione continua con tempistiche che rendono il compito impossibile.

Tutto ciò in un paese che è tra i primi al mondo per PIL totale e che dal primo dicembre 2020 è alla guida del G20.

 
 
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Francesca Incardona